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Modelli decompressivi a doppia fase “Modelli a bolle parte I”

By 13 Dicembre 2017 No Comments

Scritto da Luca Cicali
Ciò che funziona …  funziona!
Affrontiamo oggi un argomento sovente ritenuto ostico e misterioso, e proprio per questo spesso ritenuto materia riservata ai super-specialisti.   Parliamo dei modelli decompressivi a doppia fase, (detti anche modelli a bolle), la cui popolarità è in continua crescita, malgrado l’alone di mistero che li circonda.   Sarà una veloce ma interessante panoramica: ci immergeremo appena sollo la superficie del problema guardandoci bene dall’addentrarci nella giungla di relazioni e formule matematiche complesse delle quali i modelli a bolle sono realmente sovra-saturi.
Su cosa si basano gli algoritmi dei nostri computer?
Quasi tutti i computer che si trovano al polso dei subacquei di tutto il mondo sono programmati secondo algoritmi decompressivi derivati dal modello di Haldane, ovvero modelli cosiddetti “liquidi”.  La teoria di Haldane e i modelli derivati da essa, inclusi i valori M di Workmann e Bühlmann, si basa su una profonda semplificazione di un fenomeno fisiologico estremamente complesso, in base al quale si assume che il gas inerte disciolto nei tessuti sia sempre presente esclusivamente in forma liquida, e non in forma gassosa, ovvero all’interno di bolle, purché si mantenga il livello di sovra saturazione al di sotto di un certo limite.  Per questo sono oggi chiamati modelli “liquidi”.  Ad Haldane non importava molto capire come e quando effettivamente le bolle si formano ed evolvono, egli era invece fortemente interessato a  trovare delle modalità operative di sicurezza, che scongiurassero o limitassero al massimo il rischio di malattia da decompressione per il lavoro in ambiente pressurizzato. In sostanza, i modelli liquidi privilegiano l’efficacia rispetto alla aderenza alla fisiologia umana.    Per dirla come il dott. Hamilton, grande studioso statunitense e autore delle tabelle decompressive del NOOA: “ciò che funziona, funziona!”.   Malgrado anche il professor Bühlmann abbia agito nel solco della teoria haldaneana, già dai tempi di Robert Workman c’erano forti sospetti che la formazione di bolle non fosse un fenomeno “on-off”, cioè determinato esclusivamente dal rapporto di sovra saturazione, dai valori M o dagli analoghi parametri dello ZH-L16.   La presenza di microbolle nell’organismo umano dopo una immersione fu dimostrata infatti negli anni successivi, grazie alle misurazioni eco-doppler.   Questa scoperta spostò l’obiettivo della ricerca sui modelli decompressivi verso la comprensione delle leggi che governano l’evoluzione dinamica di tali bolle, e sulla stima del loro effettivo grado di pericolosità. CONTINUA…

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