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Tommy Gregory Thompson era una volta considerato uno dei più grandi cacciatori di tesori del suo tempo: un ingegnere geniale, esperto subacqueo, maniacale nei dettagli,  che aveva ritrovato la nave che trasportava il tesoro più ricco della storia degli Stati Uniti. Anni dopo, accusato di aver truffato i suoi investitori, Thompson fu braccato ed arrestato dagli agenti federali in Florida dove si nascondeva in una camera d’albergo sotto falso nome. Sono passati quasi due anni e Thompson vive ancora in una cella, almeno fino a quando non rivelerà i suoi segreti. Raccontiamo oggi la storia di questo piroscafo, del suo straordinario tesoro e dell’uomo che nasconde ancora molti segreti, Tommy Thompson.

il piroscafo S.S. Central America in un disegno dell’epoca


La nave d’oro

La S.S. Central America era un piroscafo di 85 metri che nel 1850 operava tra l’America centrale e la costa orientale degli Stati Uniti.  La nave affondò in un uragano nel settembre del 1857, insieme a più di 500 persone tra passeggeri e membri dell’equipaggio portando con se negli abissi 14.000 chilogrammi d’oro. Le cronache dell’epoca riferiscono che il 3 settembre 1857 il piroscafo lasciò il porto panamense di Colón, con destinazione New York, sotto il comando del capitano William Lewis Herndon. Dopo una breve sosta a L’Avana, la nave continuò verso nord. Il 9 settembre 1857, la nave incappò in un uragano al largo delle coste della South Carolina. L’11 settembre, forti venti a 180 chilometri all’ora e gli effetti del mare in tempesta distrussero le vele, e la nave incominciò ad imbarcare acqua.

La perdita di una caldaia e l’impossibilità a mantenere la prua al vento fu l’inizio della sua fine. Le pompe di sentina si fermarono e nulla valse l’estremo tentativo di svuotare a secchio l’acqua che ormai invadeva i locali. Anche un disperato tentativo di far ripartire la caldaia, in un momento di calma dell’uragano, fallì.  La tempesta rincominciò e la nave, ormai sull’orlo del naufragio fu trasportata alla deriva dalla tempesta senza più controllo. La mattina successiva, 12 settembre 1857, furono avvistate due navi e 153 passeggeri, soprattutto donne e bambini, furono imbarcati sulle scialuppe di salvataggio per raggiungerle. La situazione era ormai senza controllo ed il piroscafo affondò alle 20:00. Come conseguenza del naufragio 425 tra passeggeri ed equipaggio perirono in quella che fu descritta dai media dell’epoca “senza paragone”.

Tra di essi, il capitano della nave, William Lewis Herndon, un illustre ufficiale della marina statunitense, che precedentemente aveva prestato servizio durante la guerra messicana-americana ed esplorato la Valle dell’Amazzonia, affondò con la sua nave. In seguito, in suo onore, due navi della U.S. Navy furono chiamate con il suo nome, così come la città di Herndon, in Virginia. Due anni dopo l’affondamento della S.S. Central America, sua figlia Ellen sposò Chester Alan Arthur, che divenne in seguito il 21° Presidente degli Stati Uniti. Al momento del naufragio, la nave trasportava un carico d’oro valutato circa due milioni di dollari statunitensi dell’epoca (una cifra equivalente a circa 292 milioni di dollari odierni). Di fatto, la perdita del piroscafo scosse la fiducia dell’opinione pubblica nell’economia nazionale ed in  parte contribuì al panico finanziario del 1857, come ricorderete, causato dal declino dell’economia internazionale e dalla sovra-espansione dell’economia interna statunitense. A causa dell’interconnessione con le economie mondiali questa crisi finanziaria fu la prima crisi economica mondiale.

il sestante della S.S. Central America

La ricerca
Sotto la guida di Tommy Gregory Thompson, dopo molte ricerche, la nave fu localizzata l’11 settembre 1988 mediante l’uso della teoria della ricerca bayesiana e di un veicolo a distanza (ROV) gestito dal Columbus-America Discovery Group of Ohio. Quantità significative di oro e artefatti furono recuperate e riportate in superficie da un ROV remote operating vehicle), il NEMO, sviluppato da Thompson e costruito appositamente per il recupero. L’eco del ritrovamento fece il giro del mondo ed aprì un vaso di Pandora. Immediatamente trentanove compagnie assicurative fecero causa agli scopritori, richiedendo una parte dei  profitti perché, a suo tempo, avevano pagato i danni per l’oro perduto. D’altra parte i cacciatori di tesori sostennero con fior fiore di avvocati che dopo il naufragio l’oro era stato di fatto abbandonato e quindi i frutti del ritrovamento spettavano a loro.

Alla fine, nel 1996, dopo una lunga battaglia legale, il 92% dell’oro fu assegnato al team di ricerca. Un valore enorme che sicuramente superò le loro migliori aspettative. Nel mese di marzo 2014 i finanziatori assegnarono  un nuovo contratto per il recupero archeologico e la conservazione del relitto all’ Odyssey Marine Exploration. Il recupero degli artefatti procede ed è stato reso noto che prossimamente la società riceverà 15 milioni di dollari come rimborso delle spese di ricerca sostenute.  Se si pensa che solo il 5 % del relitto è stato fino ad oggi recuperato le sorprese per la società di ricerca potrebbero essere notevoli.

Bob Evans osserva il frutto delle sue pulizie

Dal mese di febbraio più di 50 milioni di dollari in lingotti, monete e pepite d’oro sono finalmente esposte al  pubblico in California. Bob Evans, uno scienziato a capo del team che scopri ed esegui il primo recupero, sta ora scrupolosamente ripulendo ogni pezzo d’oro a mano, spazzolando via la sporcizia accumulata quando si trovava a 2134 metri sotto il livello del mare. Il tesoro sarà presto messo in vendita e si pensa che le monete possano essere vendute a cifre strepitose sia a causa della loro rarità sia della loro storia. Sembra una cifra esagerata? Di fatto, in precedenza, un solo lingotto d’oro del carico, del peso di 36 kg, fu venduto alla cifra record di 8 milioni di dollari.

Ma che cosa ne è stato dello scopritore del relitto, di quel giovane ingegnere, Tommy Thompson, ossessionato dalla naufragio, che costruì quel robot subacqueo chiamato “Nemo” per localizzare il tesoro?

Tommy Gregory Thompson al momento della scoperta

I misteri di Tommy Thompson
La sua storia a posteriori merita di essere raccontata perché  potrebbe essere la trama di una nuova fiction. Thompson nella sua mission impossible aveva raccolto più di 160 investitori per finanziare la sua spedizione. Con ossessione aveva studiato l’ultimo viaggio della nave e sviluppato la tecnologia per immergersi più profondamente nell’oceano di quanto nessuno avesse fatto prima per recuperare il suo tesoro. Alla fine il suo sforzo ebbe successo e Thompson riportò alla luce rare monete del XIX secolo, la campana della nave e grandi “lingotti d’oro”, 15 volte più grandi della più grande barra d’oro della California conosciuta. Ma non era finita. Thompson stimò che il 95 per cento del relitto era ancora inesplorato e, potenzialmente, poteva contenere oltre 400 milioni di dollari in oro, un tesoro che il Washington Post  definì il più ricco della storia americana.

uno dei tanti lingotti recuperati

All’apice della sua fama mediatica, Thompson non si offrì molto alla stampa, cercando sempre di minimizzare il suo ruolo nella scoperta. “Questo oro fa parte del più grande scrigno della storia americana“, disse ai giornalisti nel 1989. “ma la storia delle S.S. Central America  è anche una parte ricca del tesoro culturale della nostra nazione … una celebrazione di Ideali americani: libera impresa e duro lavoro … “. Una dichiarazione nobile ma non condivisa da alcuni dei finanziatori di Thompson che iniziarono a dipingere un’immagine molto diversa di quell’uomo. Due di essi lo portarono anche in tribunale negli anni 2000, accusandolo di vendere segretamente parte dell’oro e di conservare i profitti per se stesso. Quando un giudice federale ordinò a Thompson di comparire nel 2012, Thompson non solo non si presentò ma scomparve nel nulla. Seguì una caccia all’uomo di due anni fino a quando, il fuggitivo e la sua ragazza furono scoperti in un costoso hotel in Florida. Gli investigatori trovarono nella stanza di albergo una serie di telefoni cellulari usa e getta, mazzette di denaro da 10.000 dollari, e anche una guida dal titolo esemplificativo “Come essere invisibili“.

Era il gennaio 2015. Thompson fu finalmente ritrovato ma non il suo tesoro. Gli investitori di Thompson dichiararono che centinaia di rarissime monete d’oro erano ancora in suo possesso. Thompson si dichiarò colpevole e riferì che le monete erano in Belize e che avrebbe fornito presto le prove di dove erano state nascoste.

lingotti, monete, pepite d’oro recuperati dagli abissi

Ovviamente questo non avvenne; il suo avvocato riferì alla corte che il suo cliente aveva dei problemi di memoria e non riusciva a ricordare a chi aveva affidato le 500 monete d’oro. Questa versione non piacque al giudice federale che ritenne che Tommy Thompson stava simulando e lo fece imprigionare in carcere con una sanzione di 1.000 dollari al giorno da mantenere fino quando si fosse ricordato i dettagli mancanti. La memoria non sembra essergli ancora tornata e Thompson si sta appellando legalmente contro la sentenza in quanto per le leggi americane non può essere mantenuto in prigione per più di 18 mesi.

Di fatto, solo quel taciturno, metodico ingegnere che aveva scoperto con un ROV di sua invenzione la nave d’oro, Tommy Gregory Thompson sa dove siano state nascoste quelle rare monete, parte di un tesoro scomparso, ora per la seconda volta, in due secoli.

Fonte: ocean4future.org

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