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Farsi raccontare la storia di una nave da quel che resta del legno marcito, a 37 metri di profondità, non è impresa da poco. Farsi descrivere nei particolari la sua costruzione, la sua rotta, il suo carico di anfore. Far rivivere il suo equipaggio. Ricordare le circostanze sfortunate che la mandarono a picco, non un anno, non un secolo fa, ma quasi due millenni or sono.

Un relitto è come le “pietre vecchie”: parla. Parla di sé e della civiltà che gli diede vita, anche se il tempo trascorso è tanto da dare la vertigine. E allora un antico relitto da esplorare, da studiare, diventa un tesoro. Un tesoro di inestimabile valore per la storia della civiltà, per la Storia di Bacoli e della Terra Ardente.

Se trovare un coccio, un frustulo d’intonaco o oggetto antico è un’emozione, lo è molto di più conoscere quando e dove è stato fatto, chi l’ha usato e come, e quali conoscenze del nostro passato contiene. Ora, sul fondale, sono sparsi qua e là i resti di questo antico naufragio, metallo corroso, frammenti di vasellame e di legno da cui apprendere la storia di una nave: Come fu costruita? Quando affondò? Qual era il suo carico, il suo obiettivo e la sua ultima rotta?

Il Mediterraneo Occidentale è solcato da navi da almeno 3600 anni, fin dalla tarda età del Bronzo. L’esistenza di un centro dell’età del bronzo sull’isolotto di Vivara, con frammenti di ceramiche importate dall’Egeo, fu accertata negli anni trenta del ‘900dall’archeologo di origine tedesca Giorgio Buchner. Dal 1975 gli scavi hanno documentato numerosi aspetti dell’antico insediamento databile tra il XVII e il XIV secolo a.C. Continua…

 

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